Archivi per il mese di: novembre, 2014

fuerte 09 309Cambiare prospettiva, cambiare vita. E’ possibile farlo senza cambiare niente?

Come si fa a rinnovare se stessi rimanendo dove ci si trova, immobili, ma pur sempre desiderosi di cambiare?

Come si può regalarsi nuovi orizzonti non cambiando mai il proprio paesaggio?

Come si riesce a lasciare una porta aperta, attraverso la quale l’universo possa entrare e stupirci con le meraviglie di cui è capace?

Come si fa?

Come si impara a lasciar andare le cose, a darci un’ennesima possibilità anche quando pare che non ce ne siano?

Come si apprende il processo del perdono, che ci mette in pace con noi stessi e con gli altri?

Come si può sorridere quando apparentemente di motivi non ce ne sono?

Come si trova la strada che porta alla felicità?

A volte, nonostante le domande che affollano i nostri pensieri paiano infinite, bisogna sapersi fermare. Fermare la mente, o meglio, star lì o osservarla, in pace. Vedere che alla fine, in quel vortice incomprensibile, l’unico punto fermo siamo pur sempre noi e da lì ricominciare, senza avere paura di sbagliare e pregando di non sbagliare troppo, con la speranza quel tanto desiderato momento di svolta ci colga, preparati o impreparati non importa, basta che arrivi al momento opportuno.

L’attimo in cui si capisce che qualcosa cambierà, che noi stessi lo faremo, regalandoci qualcosa di impagabile e irripetibile, vale l’attesa, anche quando pare che di tempo non ce ne sia più. Il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo e, nonostante sia misurabile e prevedibile, ci regala sempre dilatazioni o accelerazioni impreviste, nel bene e nel male.

Il mio tempo è giunto, nonostante non ci sia più tempo, e questo momento di attesa curiosa, misto a timore e tremore, mi lascia ancora sperare in qualcosa di buono per me. Non importa che sia un miracolo o una sudata possibilità che finalmente mi viene concessa, basta che quel momento arrivi per salvarmi dall’insano immobilismo di questi ultimi mesi, che lentamente diventano anni che passano e non tornano più.

Ho voglia di cambiare il mio sentiero o, se proprio devo rimanerci, di trovare un modo per vederlo con rinnovato stupore.

 

 

 

 

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imagesMi accorgo solo ora che il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Voglio essere retorica e dire, per l’ennesima volta, che non ci si deve ricordare solo oggi delle donne e dei soprusi che subiscono.

Ogni giorno leggo sui giornali che qualcuna di noi non ce l’ha fatta, è morta, o è scomparsa, o è spirata dopo una lenta agonia, o è rimasta sfigurata o menomata in seguito alla violenza di uomo. Non è possibile che la vita di una donna possa essere in balia della violenza altrui, dei deliri, della prepotenza, dell’egoismo, della follia di un amore malato, negato, finito.

Troppo facile giustificarsi dietro a parole che cercano di dare un senso alla più insensata delle azioni. Non si può cercare una mediazione di fronte alla violenza. Una donna può sbagliare a stare con un uomo che la maltratta, ma sbagliano anche i familiari che non l’aiutano, i medici che non capiscono, gli amici che fanno finta di niente, la società che spesso ignora quanto le si presenta davanti agli occhi.

Una donna che subisce è una donna ferita per sempre, è una donna che dovrà convivere con i propri fantasmi e che spesso non avrà nessuno con cui confidarsi. Le cicatrici che si porta dentro sono dolorose e rovinano tutto quello che è la sua vita. Non bisogna più permettere che accada. Dietro a una donna maltrattata, se non morta, ci sono dei figli segnati da questi eventi tragici, ci sono famiglie distrutte che non riescono più a ritrovare un senso.

Una donna ferita perde la fiducia, la speranza, la voglia di vivere. Una donna maltrattata si trova spesso sola, condannata al silenzio della vergogna, delle paure, delle insicurezze. Gli occhi di una donna maltrattata parlano, se si ha la forza e il coraggio di sostenerne lo sguardo.

Dobbiamo impegnarci tutti perché queste violenze finiscano. Ogni anno le cifre aumentano, parlano di morti cruente, di sparizioni, di cattiverie inaudite, di soprusi psicologici, di ricatti.  Non è possibile che chi si sente in pericolo non abbia un posto vicino e sicuro dove potersi rifugiare, certa di essere protetta.

La donna porta in sé il dono di dare la vita, porta nel grembo la forza più grande che c’è e profanarla è un atto deprecabile.

La violenza di un uomo su una donna sta a significare che è venuto meno il rispetto. Nessuno ha il diritto di rubare l’anima a un altro, nessuno deve distruggere la serenità di una vita.

Quando qualcuno si sente talmente potente da disporre della vita di un altro, vuol dire che abbiamo sbagliato tutti qualcosa, che il messaggio che è passato è distorto. Non si può volere tutto, non si può decidere per la vita di un altro, ci si deve saper rassegnare al fatto che un amore possa finire, che una persona cambi, che una persona si allontani da noi perché non è quella giusta.

Le donne devono potersi fidare, devono poter non avere paura. Non ne posso più di sentire giustificazioni come ” se l’è un po’ cercata”, “era un po’ zoccola”, “bhé, chissà cos’ha fatto lei per ridurlo così”. Potrei citarne mille, di frasi così. La donna è donna in mille modi e non posso credere che per sentirmi al sicuro io debba mortificare la mia femminilità, la mia sensualità, il mio essere creatura del paradiso.

Quel che occorre alle donne è la sicurezza in se stesse, la capacità di sentirsi importanti senza eccedere negli atteggiamenti, senza svilirsi o svendersi per seguire le mode o le tendenze. E agli uomini bisogna insegnare il rispetto, la dolcezza e la capacità di confrontarsi con creature talmente diverse da loro da fare paura.

Io ho rispetto per tutti, tranne per chi non rispetta la vita altrui. La vita è sacra, sempre, e se tutti ne fossimo consapevoli, sapremmo fare la nostra parte.

La violenza uccide. Uccide le persone, i sentimenti, le speranze, il futuro, i sogni. Bisogna essere più forti di lei, bisogna essere in tanti per far sì che non si ripeta ogni giorno la conta di chi non ce l’ha fatta.

La violenza nasce dalla paura, dall’ignoranza, dall’egoismo, dall’invidia, dalla prepotenza. Insegniamo l’amore e il rispetto, portiamoli con noi ovunque andiamo e saremo più forti tutti, contro la violenza vince solo l’amore.

 


Stamane ho letto una notizia che mi ha lasciato perplessa.

http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lombardia/milano-giudice-autismo-causato-da-vaccino-vitalizio-a-bambino-_2081170201402a.shtml

Un giudice ha concesso un vitalizio a un bambino autistico, il cui autismo parrebbe causato dal vaccino trivalente. Il ministero della salute dovrà risarcire questa povera creatura, perché il vaccino è, in teoria, obbligatorio.

Anche se non ho figli seguo da tempo l’argomento con interesse, perché ho letto il libro di Andrea e Franco in cui si parla di questa terribile malattia e della sua supposta connessione con il vaccino trivalente. https://aspettandolalbaa.wordpress.com/2014/02/07/sono-graditi-visi-sorridenti/

Queste notizie mi lasciano l’amaro in bocca, perché non capisco come si possa mettere la propria salute in mano a esperti che poi tanto capaci non sono. Perché, una volta sollevato un dubbio, nessuno ha voglia di fare chiarezza su un1377220_562253137163469_778883852_n problema come questo, nel rispetto della salute del cittadino? Molti genitori decidono di non far vaccinare i loro figli per morbillo, parotite, rosolia. Avessi dei figli, farei lo stesso. Che garanzie ho che non mi capiti la stessa cosa che è successa a Franco Antonello? Il fatto che un giudice riconosca il nesso causale tra vaccino e autismo non è forse un motivo per fermarsi e fare una riflessione e uno studio più approfonditi sulla materia? Non è la prima causa legale che dà ragione ai genitori e concede loro un risarcimento. Perché allora questo silenzio? Perché continuare a somministrarlo come se niente fosse? Forse per far lavorare le case farmaceutiche che lo producono? Quali altre dovrebbero essere le motivazioni? Se una cosa può risultare dannosa per la salute, perché farla? Perché mettere a rischio la crescita di bambini innocenti, somministrando un farmaco di cui non si è sicuri al 100 per cento?

 

Io, da malata cronica, spesso mi domando che farei se inventassero la cura per l’endometriosi. Mi butterei ciecamente fra le braccia della scienza o mi farei venire qualche ragionevole dubbio, alla luce delle notizie che ogni giorno mi fanno venire la pelle d’oca? La fiducia può essere ben riposta in casi come questi? Io non ne sono più tanto sicura.

Le aziende farmaceutiche hanno dei bilanci, fanno profitti, sono fatte di numeri. Vorrei sapere dove sta l’etica, nei loro bilanci. Lo dicessero, potrei tornare a fidarmi ciecamente, invece che arrovellarmi ogni volta come se mi stessero per fregare. Sulla salute non si scherza, ma l’avranno capito tutti?

 


povertà

[po-ver-tà] s.f. inv.
  • 1 Condizione di chi (persona o entità collettiva) è privo di sufficienti mezzi di sussistenza o ne ha in maniera inadeguata SIN indigenza, miseria, bisogno: vivere in p. || voto di p., rinuncia al possesso di qualsiasi bene personale, attuata da alcuni religiosi
  • 2 estens. Mancanza o scarsità di determinate risorse o qualità SIN penuria, limitatezza: p. di materie prime; p. di linguaggio

Questa è la parola che più ricorre nei miei pensieri. Non c’è momento in cui la vita non mi ricordi che cosa rischio. Il mio futuro è praticamente azzerato, come molte persone in questo paese allo sfascio. Non riesco più a pianificare niente, tutto è diventato una sorpresa. ” Riuscirò a fare il controllo medico?” ” Pagherò l’assicurazione?” ” Chissà quanto costa il dentista….” “Speriamo che non aumenti l’imu…”

Per molte di queste domande la risposta è spesso no, poi, non ora, vediamo, chissà.

Inadeguatezza è al momento la condizione in cui mi trovo. Inadeguata per lavorare, inadeguata per farmi una famiglia, inadeguata per una vita sociale, inadeguata per adempiere ai miei doveri di cittadina, potrei continuare per righe e righe.

La penuria dei miei mezzi mi espone continuamente a piccole e grandi tragedie quotidiane, alle quali sopravvivo con un senso dell’ironia( che non costa niente), botte di culo, rimandi e preghiere.

Per fortuna ricevo oboli da padre e zii, ma credetemi che ritrovarsi a quasi 40 anni in queste condizioni è umiliante. Certo, il mal comune e il mezzo gaudio sono sempre una consolazione, ma io non riesco a rassegnarmi. Non posso certo fare miracoli, né pretendere di trovare la pentola piena di monete d’oro alla fine dell’arcobaleno, ma sono sinceramente stanca di una vita di sacrifici e fatiche. La mera sopravvivenza non fa per me, non riesco a credere che questo sia la prospettiva dei miei anni a venire.

Non riesco a trovare soluzioni efficaci, né vie di scampo. Mi rendo conto che quelli come me aumentano ogni giorno che passa, senza poter far nulla per evitare l’impoverimento.

Quando parlo con i miei conoscenti lo scenario è triste: si fa la gara a chi ha pagato di più( tasse, spese condominiali, spese mediche ……) e anche la gara a chi non ha pagato cosa. Si tratta di persone normali, con una famiglia, con un’attività o una professione, con un lavoro dipendente.

Nessuno pretende miracoli, nessuno vuole ciò che non gli spetta. Una vita decorosa non dovrebbe essere una speranza, ma una certezza per tutti. Poi il mio pensiero va a chi già non ce la fa più, a chi non riesce più a essere alla pari con gli altri e viene lasciato indietro, dalle istituzioni in primis. Non è possibile che da tanti che siamo non si riesca a aiutare chi rimane indietro. Non posso concepire di dover vivere in un paese dove ci si volta dall’altra parte per non vedere il problema. Queste persone non sono un problema, sono esseri umani in difficoltà. Nel mio piccolo cerco sempre di aiutare come posso, magari comprando i manufatti di un’amica che perso il lavoro , invece di acquistarli in un negozio e pazienza se devo rinunciare a qualcosa a cui tenevo, di sicuro è meglio aiutare lei. Non sopporto chi mi dice: ” pensa per te che sei già piena di problemi” io voglio comunque fare la mia parte, per poca che sia.

Vorrei anche imparare a fare quel che mi ha suggerito Brezsny nel suo fantastico oroscopo:  “Aumentare il tuo quoziente di gioia è il modo più sicuro per diventare una persona migliore.”

La felicità sta nelle piccole cose e quindi continuerò con i miei lavoretti, con le mie letture, con la scrittura e con la cucina, sperando che il piatto sia sempre pieno, il sorriso presente e la volontà forte.

P.S.

untitledDopo che ho scritto questo post ho visto il film ” Due giorni, una notte” dei fratelli Dardenne. Consiglio la visione di questo film, che parla di Sandra, che perde il lavoro a seguito di una votazione aziendale, in cui i colleghi preferisco un bonus in cambio del suo licenziamento. La ragazza ottiene di rifare la votazione e passa due giorni nel tentativo di convincere i colleghi a salvarle il posto di lavoro. E’ una tematica agghiacciante, che ben esprime la guerra fra poveri, in cui a farne le spese sono sempre gli ultimi, in una guerra senza vincitori né vinti.


Quando il cielo piange, mi prende uno sconforto che non so spiegare. Sono giorni difficili per la mia terra, il Piemonte,  dove pare che l’incubo alluvioni siano destinato a ripetersi in eterno. Quel che mi fa rabbia è che si corra ai ripari sempre dopo che capitano le tragedie. Incuria, negligenze, rimbalzi politici, leggi inutili o stupide, mancanza di fondi, impossibilità di usufruirne, controlli e monitoraggi insufficienti, hanno portato all’ennesimo tracollo delle acque e conseguenti disastri.safe_image

La situazione attuale è lo specchio dei nostri tempi: facciamo acqua da tutte le parti, non sappiamo affrontare i problemi, né cerchiamo soluzioni immediate e risolutive, che si sa, costano fatica e sacrificio da parte di tutti.

Sono momenti duri, perché la ricchezza non è più appannaggio di questo territorio e senza quella, con la sola buona volontà si può fare ben poco. Certo è il punto di partenza dal quale ricominciare, ma da quello che vedo non è presente nelle nostre istItuzioni.  Un esempio su tutti: com’è possibile che si allaghino un parcheggio e l’accesso al pronto soccorso nel nuovissimo ospedale di Biella a pochi giorni dall’apertura, dopo decenni ( e dico decenni e miliardi di vecchie lire sperperati) di lavori e tentennamenti? Tralascio il particolare della costruzione in una zona nota come ” fontanone”.

L’incuria e la disattenzione fanno morire e a ogni alluvione parte la conta dei morti e dei danni.

Il cielo piange e noi giriamo la testa da un’altra parte, ogni volta. Non è giusto e non ce lo possiamo più permettere e se le  istituzioni non accennano a fare qualcosa di concreto, devono essere i cittadini a richiederlo.

Non puoi abbassare sempre la testa, quando è la tua terra a essere danneggiata, quella dove abiti, dove hai costruito la tua casa, dove il tuo lavoro è messo in pericolo già dalla crisi, senza contare gli eventi atmosferici avversi. Non si può sperare che vada sempre bene, ma non si possono nemmeno riparare i danni con le buone speranze. Stiamo vivendo una lenta agonia che ci porterà a consumare tutto ciò che abbiamo, compresi noi stessi. Io stessa sono stanca di questo immobilismo, di questa mancanza di possibilità e prospettive che mi negano una vita decorosa, per quanto io mi sforzi e mi impegni.  Non si può stare a guardare mentre tutto si sgretola di fronte a noi e il cielo piange.

 

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Quello che leggi qui è tutto autobiografico. Soprattutto le cose inventate.

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