Archivi per il mese di: aprile, 2013

Il primo sabato libero è stato un disastro.

Mi sono alzata dopo le 8, ho messo su il the, pulito la sabbietta della Pi infastidita dal brutto tempo, sono rimasta in pigiama e ho aggiunto un golf. Con la tazza di the in mano ho guardato fuori dalla finestra: non fosse stato per i fiori, avrei pensato fosse novembre.

Brrrrrrrrr.

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perfetta per me …

Poi mi è presa la frenesia del sabato mattina e ho pensato alla lavatrice da caricare, il letto da fare, il pranzo da preparare, i lavoretti da finire e mi sono resa conto che avevo tutto il giorno per farlo.

Il mio primo sabato libero.

Mi sono seduta con il mio the sul divano e ho fissato il mio bacio di Klimt per un quarto d’ora buono, sperando mi regalasse l’ispirazione per scrivere, già che c’è tempo, e per fare i lavori con calma.

Niente enoteca.

Mi manca proprio, accidenti. Per me i week-end sono lavorativi, non mi va di stare a casa a rassettare. Si rassetta il lunedì e il martedì, a casa mia.

Ho passato la mattina a pensare mentre facevo i lavori, pensare a mille cose per non pensare a niente.

E ne avevo da riflettere, che un sabato non è stato abbastanza. Meno male che ci sono i miei malesseri che ogni tanto richiedono una pausa o un riposino, così riesco a staccare, almeno per un po’. Che poi in realtà continuo a pensare pure se mi addormento e sogno: una vera e propria tortura.

Domenica mattina, per esempio,  mi sono svegliata pensando che nel sogno appena fatto mi era venuto un lapsus, perché non ricordavo il nome di un ingrediente di una ricetta. Beh, ci ho pensato dalle 6 alle 9, nel dormiveglia, dormendo, svegliandomi. E alle 9 e qualche minuti mi sono ricordata: “tenerume”.

Perché io abbia sognato di dover cucinare la pasta con il tenerume e non ricordassi la parola tenerume non lo so. Non l’ho mai fatta, mai! Ora so che devo reperire del tenerume e provare a cucinarla.

Ovviamente non ho riposato per niente e dopo aver salutato il Pinello, mi son messa a ordinare e a cucinare cavoli romaneschi e finocchi. Dopo pranzo mi sono accasciata sul divano, pensando al maledetto tenerume che mi aveva tolto 3 ore di sonno.

Sono stati due giorni di intense riflessioni.

Uno: sono nel guano e non so cosa fare. Abituarmici, trovando un modo di sopravvivere pare, al momento, la soluzione più accreditata.

Due: non  trovo attività remunerative, nemmeno le più abbiette, e mi domando cosa sarà di me nel giro di qualche… mese? Giorno? Settimana?

Tre: nonostante gli sforzi profusi, mi sento utile come un calzino spaiato.

Quattro: queste non sono le condizioni ottimali per scrivere i miei racconti per partecipare ai concorsi di giugno e agosto.

 

Ah sì, dimenticavo: venerdì sono andata alla Fiera del lavoro a Biella. Ho passato due giorni a cercare un lato positivo al mio venerdì trascorso al mercato del lavoro.

Vorrei poter dire:” E’ stato utile, ora mi sento motivata e piena di speranze.”

Non andavo in un luogo così triste da tanto tempo; c’erano giovani incerti alla ricerca di un’occupazione, qualche persona della mia età con lo sguardo smarrito e un buon numero di persone rientranti nelle categorie: esodati, cassaintegrati, disoccupati in età avanzata.

Si poteva portare il cv e consegnarlo alle aziende espositrici, per poi sentirsi dire, nella stragrande maggioranza dei casi:” Grazie, lo firmi e si ricordi di inserirlo anche sul nostro sito.” L’hanno letto davanti a me? No. C’era tanto da leggere? No. Mi hanno fatto domande? Solo un’azienda, chiedendomi quante lingue so, mi ha fatto pensare a un vero barlume di interesse.

Una addirittura mi ha detto: “ Sa, al momento non cerchiamo nessuno, però il cv lo lasci pure.” E  che cazz’ vai alla fiera del lavoro, se non hai lavoro da offrire, porca putt@@@!!! C’è da dire che mi han lasciato un sacco di utile gadget: che la banca in questione sia andata più per cercare nuovi correntisti e vittime da salassare?

Ho spulciato nelle bacheche delle interinali presenti, per cercare poi nel sito le offerte di lavoro pubblicizzate. Mettere un codice di riferimento no, eh?

Che dire poi della pagina ufficiale della manifestazione, che non si apriva nè con internet explorer,nè con Firefox? Non c’era nemmeno l’elenco delle ditte presenti, nei pochi articoli on line trovati che sponsorizzavano la manifestazione.

Il bottino dell’edificante pomeriggio alla speranzosa ricerca di lavoro è stato il seguente: un campioncino di bagnodoccia al cocco e mango, dato da nota azienda produttrice della zona, un mini quadernino per mini appunti regalato da una banca, una penna. Ah sì, la nota positiva è che ho salutato un’amica lì presente per promuovere un’associazione, scoprendo che ora è disoccupata pure lei. Ah, che bel pomeriggio ho trascorso.

Ah già, uscendo dalla fiera ho pure beccato un nubifragio con grandinata. Mi sono rifugiata al parcheggio coperto di Esselunga, poi ho cercato di tornare a Brusnengo. Il nubifragio mi ha seguito fino a casa. Mi sentivo tanto Fantozzi sulla sua bianchina, accompagnato dalle nuvolette bastarde.

 

Il mio secondo fine settimana libero è passato e io ho ancora un sacco di cose da fare.

Ho i miei lavoretti che mi permettono di cercare di sopravvivere, ho i miei racconti da scrivere, ho un lavoro vero da cercare, ho un futuro da costruirmi.

Mi sento un po’ fiacca e demotivata: l’atteggiamento giusto per una che deve pensare al proprio futuro, vero? Bhè, mi rimane sempre la ricerca del tenerume.

 

 

 


 

Quando lui si inerpica sulle alte vette dei massimi sistemi ho paura. Paura vera.

Le differenze tra me e lui si riassumono così: io ottimista, lui pessimista, benché lui si definisca realista( come la gran parte dei pessimisti).

Preciso che il mio essere ottimista in questo periodo vacilla, però, nonostante le malinconie e le tristezze, rimango tale.

Lui è completamente diverso da me. E’ lunare, reticente per certi versi, concentrato, timido e riflessivo. E pessimista, tremendamente pessimista. Fortemente convinto della cattiveria del mondo. Crede fermamente nel concetto di natura matrigna.

Io no. Non c’è un perché, ma la mia indole mi porta a cercare sempre il buono nelle cose, a cercare, a lottare, a credere in qualcosa di benevolo.

 

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yin e yang 😛

Si parlava di figli.

Tranquille amiche, se ne parlava in via puramente teorica, date le impossibilità di base anche solo di pensare di concepire una creatura.

Fare figli oggi, tema della tarda serata.

Eh sì, perché tra un filmato di Maccio e uno di Crozza, una canzone di Jax, una di Ben Harper, noi si parla, si parla anche di cose serie. 😀

“Il mettere al mondo dei figli è da pazzi. Da incoscienti.”

Io, figlia della Lella, penso invece che le cose vengano perché si debba imparare qualcosa. Che capitino e che ci sia sempre da gioire, sempre, anche se capitano in momenti difficili.

Avessi potuto, avrei fatto figli in piena incoscienza. Per fortuna, dice qualcuno, il Signore ci ha messo una pezza e ho evitato di figliare come i gatti.

Lui mi dice: “Fai un figlio, ok, e se lui un domani ti rinfacciasse di averlo messo al mondo, perché questo mondo è brutto e infelice, difficile e pieno di problemi?”

Bella domanda, e che ne so io, che non sono madre? E da figlia, con tutte le cose che avrei potuto rinfacciare e non l’ho fatto, non sono l’interlocutore giusto!

Partendo dal presupposto che, secondo me, siamo noi che scegliamo in che utero nascere e quindi il problema non si pone( ma vaglielo a spiegare), non credo che possa succedere che un figlio ti rinfacci una cosa del genere.

O sì? Ecco che sorge in me il dubbio, puramente teorico, di una simile problematica.

Certo, un figlio che nasce da un disagio iniziale, economicamente o emotivamente parlando, farà più fatica di un altro nella lotta alla sopravvivenza. Non credo però che questo fattore escluda la felicità. Io sono stata una bambina felice, almeno nei primi dieci anni, e di soldi non ce n’erano tanti.

La paura del futuro è annichilente, tanto da impedire sogni e speranze per il futuro?

Per me che sono ottimista, no. Per il pessimista, evidentemente, sì.

E così che la prudenza diventa paura e la paura egoismo.

Non è facile rompere le catene dei nostri timori, però penso si debba avere fiducia nel futuro. Non si può vivere con l’angoscia di quel che sarà. Il mondo si sarebbe già estinto.

E pazienza se una creatura mi rinfaccerà l’atto di egoismo che si è avuto nel metterlo al mondo, crescendo capirà.

Certo sono discorsi astrusi per due non-genitori come noi.

Io che sono diversamente mamma( della Pi, ognuno si arrangia come può), diversamente occupata, diversamente fortunata, diversamente normale, non ho voce in capitolo.

Non credo però ci si debba arrendere alle difficoltà del mondo, penso che chi fa figli dimostri alla natura matrigna di voler vivere, di voler andare avanti alla ricerca della felicità, di voler arricchire il proprio cammino di amore e sentimenti buoni.

Rinunciare a priori è una vigliaccata. Il rischio va corso, sempre. E pazienza se ti nascerà un figlio ingrato, l’amore non guarda in faccia a nessuno, fa il suo corso. Così è la vita.

 

 

 

 

 

 

 


Cosa manca?

Tutto.

Quando ho chiuso la porta dell’enoteca sabato sera, ho pensato che mancava lei, la Lella.

Quando c’era era tutto più complicato e più semplice allo stesso tempo.

Avrebbe trovato le parole giuste, mi avrebbe detto: “Domani è un altro giorno, poi tu te la cavi sempre, non ci pensare.” Io mi sarei incazzata, avrei pontificato mezz’ora sulle ingiustizie del mondo e poi lei avrebbe tirato fuori le pastine con la crema chantilly e la panna, o i bombolini alla marmellata, o la cioccolata Lindt o tutto insieme, e ci saremmo scofanate tutto quel ben di dio.

Quante volte sono tornata a casa nella speranza di trovare un vassoietto pieno di dolcezze.

Quante volta me lo sono presa da sola, ma il gusto non era lo stesso.

Certo, oggi non potrei più mangiare una chilata di dolcetti, però la voglia è rimasta.

E che dire delle sue colazioni di rinforzo, dopo clamorose giornate di merda? Ti alzavi e trovavi salame, toma stagionata, pane, bagnet. Ah, quanto mi mancano.

 

Avrei voluto dirle tutto il mio sconforto, la mia incertezza, le mie paure, il mio malumore, la mia preoccupazione. L’ho fatto mentre ero in macchina, perché di fatto finisce che si parli sempre io e lei, ma la presenza manca. Si fa sentire nelle piccole cose, perché non ci sono più e ti facevano stare bene.

Lei aveva la certezza incrollabile che io avrei risolto tutto, sempre e comunque.

Si affidava a me con un’incoscienza che un po’ ho ereditato, solo che io ormai navigo da sola in un mare agitato. Manca il mio mozzo. Quello pasticcione, che fa solo disastri, ma intanto ti fa compagnia, ti ascolta, ti dà fiducia perché crede in te.

 

“Dove cazzo vado adesso?” Ecco quello che ho pensato stamattina. Il solo pensiero di interinali, siti di offerte di lavoro, giornali da spulciare et similia mi dà la nausea ( credo che mi possa capire bene solo chi cerca lavoro da un po’: che frustrazione).

E non c’erano nemmeno pane salame e bagnet ad attendermi in cucina.

068

primavera è giunta, che lo sia per tutti noi

Non c’era lei che, seduta in balcone, mi diceva: “ Non pensarci adesso, goditi la fioritura del ciliegio, che dura poco.”

Ecco, con lei se n’è andata la mia leggerezza. L’incoscienza è rimasta, se no non sarei arrivata fino a qui.

Bisogna muoversi, ma non si sa dove andare.

Basta muoversi? Una volta sì, bastava questo, bastava fare il primo passo. Ora di passi ne devi fare tanti, prima che capiti qualcosa. Capita che ti si consumino pure le scarpe e che tu non abbia i soldi per comprarne altre.

Si va a piedi nudi, a piedi nudi sull’erba, come piaceva a te.

Chissà che non porti a qualcosa pure questo disastro.

 

 

 

 


Il primo giorno di disoccupazione è caduto di domenica. Di domenica! Mi è parso un buon segno, il mio solito modo di iniziare in maniera assurda le cose.

Non mi era mai capitato in 37 anni di vita. Io, che ho avuto anche 3 lavori contemporaneamente, disoccupata.

Mi sono alzata, ho fatto colazione con Riccardo e la mia torta al cioccolato glassata, poi lui è andato a casa sua e io sono rimasta nel divano a pensare per una buona mezz’ora. La vita non finisce mai di stupirti: ti capita quello che credevi impossibile e lo devi affrontare. Quanto abbia cercato alternative lo sa solo il Signore, ma tant’è, questa volta è andata male. Non si può sempre vincere, prima o poi doveva capitare.

Così ho fatto i lavori, ho giocato con la Pi, ho preparato l’insalatina per pranzo, ho rammendato i guanti da moto che si erano bucati, mi sono preparata per la mia prima gita domenicale, dopo 3 anni.

Eh sì, perché il mio giorno di disoccupazione coincide anche con la mia prima domenica libera dopo tanto tempo. Il bene e il male nello stesso giorno. Tristezza e felicità.044

Ero talmente pensierosa che mi sono dimenticata le imbottiture del giubbotto di pelle, talmente triste dal non riuscire a leggere un libro nuovo in un prato della Burcina.

Mi sono anche divertita, perché con Riccardo non si può non ridere tutto il tempo, però mi è rimasto dentro quel senso di impotenza che avevo addosso dalla mattina.

Non avevo nemmeno voglia di cucinare la sera! Poi, per fortuna, mi è uscita una pasta arriminata coi broccoli da paura, però che sconforto, non me la sono proprio gustata.

Io cerco sempre di essere positiva, sempre e comunque, però questa volta mi sta cogliendo un senso di impotenza che mai avevo provato prima.

Diventare grandi non voleva dire acquisire certezze? Qualcosa devo aver sbagliato durante il percorso, mi pare ovvio.

Per me diventare grande ha significato esattamente l’opposto: faccio tutto al contrario come Benjamin Button.

Le amiche mi chiedono come faccia a rimanere calma: e che ne so, sono nata calma! Mi agito solo di notte, quando dovrei dormire, di modo che, di giorno non ho nemmeno la forza di incazzarmi. La notte la mia proverbiale calma se ne va in pausa e il mio inconscio si scatena. Poveretto, ha bisogno d’aria pure lui, lo capisco.

La notte tra sabato e domenica ho girato per casa, non da sonnambula per fortuna, e ho visto pure albeggiare, mentre Riki dormiva come un sasso. Dormire bene  è diventato un lusso, troppi pensieri.

Non so nemmeno metterli per iscritto, tanto sono confusi.

Eh sì, calma apparente con dentro un magma che sta per esplodere, questo sono.

Cosa mi inventerò non lo so ancora. Sopravvivenza è la parola chiave al momento. Fatto quello, tutto è possibile.

Certo che se non mi fossi ammalata sarei più tranquilla. Quando stavo bene non avevo paura di niente, me la sono sempre cavata. Ora ho con me un fattore imprevedibile, che non mi lascia fare programmi a lungo termine. Un giorno sto bene, quello dopo non si può sapere. I miei programmi saltano sempre, dipende da come si sente il mio corpo.

Il fattore M di malattia non lo avevo calcolato. Pensavo sarei stata bene per sempre. Io che non mi ammalavo mai, ora dipendo dalle variazioni ormonali del mio corpo. Che beffa.

Ora non mi resta che capire cosa deve fare un disoccupato, dato che lo sono formalmente sotto tutti i punti di vista. Lavoretti da incrementare, lavori veri da cercare. Dove è una bella domanda, visto che le prospettive che ho sono legate a un filo e cercarne di nuove è un’impresa non da poco.

Ce la farà la nostra eroina a cavarsela anche questa volta?

Ne uscirà qualcosa di buono, che so, un bel romanzo, un racconto, un qualcosa di bello da ricordare?

Lo scoprirò solo vivendo.

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L’ultimo giorno è sempre malinconico.

Mi sono sempre piaciuti gli ultimi giorni, in quanto preludio di un nuovo periodo in arrivo. Questa volta è tutto diverso per me, perché ancora non ho capito cosa potrò fare e il tempo corre veloce, lasciandomi un vago senso di ansia e preoccupazione.

L’ultimo giorno in enoteca non è esattamente come l’ultimo giorno di scuola. L’ultimo giorno mi ha salutato lasciandomi una domenica mattina per scrivere e rifletterci su. Non mi aspetta un periodo di vacanza, come quando ero bambina, mi aspetta un lungo periodo di lacrime e sangue alla ricerca di un lavoro che sono mesi, anzi anni, che non trovo!

Ieri ho passato il pomeriggio lavorando e salutando i miei “vicini” al Ricetto, sperando che sia solo un breve commiato, sperando di poter ritornare, presto o tardi che sia. Sono passati tre anni, anni che mi hanno portato nuovi amici, mi hanno fatto scoprire bravi artisti biellesi che vivono con passione la loro arte e i loro antichi mestieri.

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il secondo abito, con tanto di simpatica civetta o allocco, non mi ricordo più!

Ho preso i miei vestiti medioevali, ho caricato le mie cose in macchina e ho salutato la “mia” enoteca”. In macchina la radio trasmetteva una canzone “The winner takes it all” degli Abba. Ho pensato: “Sti cazzi, esci proprio in gloria dal palcoscenico.”

“I don’t wanna talk about the things we’ve gone through though it’s hurting me now it’s history I’ve played all my cards and that’s what you’ve done too nothing more to say no more ace to play

The winner takes it all the loser standing small beside the victory that’s her destiny

I was in your arms thinking I belonged there I figured it made sense building me a fence building me a home thinking I’d be strong there but I was a fool playing by the rules

The gods may throw a dice their minds as cold as ice and someone way down here loses someone dear the winner takes it all the loser has to fall it’s simple and it’s plain why should I complain.

But tell me does she kiss like I used to kiss you? Does it feel the same when she calls your name? Somewhere deep inside you must know I miss you but what can I say Rules must be obeyed

The judges will decide the likes of me abide spectators of the show always staying low the game is on again a lover or a friend a big thing or a small the winner takes it all

I don’t wanna talk if it makes you feel sad and I understand you’ve come to shake my hand I apologize if it makes you feel bad seeing me so tense no self-confidence but you see the winner takes it all the winner takes it all…”.

Io non so se ho vinto o perso, di certo ho guadagnato tanto da questa esperienza, che ancora non mi sembra vero sia finita.

Per me i sabati e le domeniche significavano Ricetto,sole, pioggia, freddo, costumi medioevali, feste,  mercatini, artisti, chiacchere, incazzature, risate, amicizie, aperitivi con gli amici, brindisi, calici di vino.

Ora sono orfana della mia enoteca e dei miei weekend.

Mi sento un po’ sola in questa domenica mattina solitaria. Certo, sono contenta di avere di nuovo qualche domenica per me, ma era così bello con la bella stagione stare nel borgo medioevale, incontrare persone nuove, lavorare in un contesto in cui pochi hanno la fortuna di poter stare.

Che dire, non mi resta che pregare tutti i miei santi(che devono essere tanti, se mi hanno fatto
arrivare fino a qui) e sperare che il mio incanto ricominci.

Che bello sarebbe iniziare lì una nuova avventura. Un privilegio, ecco cosa sarebbe.

Cari santi, mi raccomando, date una manina a questa povera ragazza, mi raccomando!

Se mi manderete un altro impiego, non importa, vorrà dire che ogni tanto infilerò i miei vestiti medioevali e andrò a far festa con gli amici nel mio borgo preferito, per non perdere l’abitudine.

Ah, se l’Italia fosse un paese normale( e civile) i miei sogni sarebbero a portata di mano. 🙂

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il mio primo abito fatto da Maria!

Già mi viene voglia di passare nel pomeriggio nel mio borgo del cuore……ah, die Sehnsucht!

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